ELZEVIRO Le figure e la mente
I legami pericolosi tra arte
e follia
di GILLO DORFLES
Quali sono i confini dell’arte e quelli della follia? Che
una parentela, una sorta di affinità elettiva, sia sempre esistita tra le
manifestazioni artistiche e quelle psicopatologiche è indiscutibile e spiega
anche perché del problema si siano interessati psichiatri, antropologi e psicanalisti.
Ebbene, è proprio riandando a una mia giovanile attività psichiatrica, che mi
sento in parte “ autorizzato “ a sollevare alcuni appunti al metodo con il
quale parecchi studiosi contemporanei considerano di solito ii rapporto tra
arte e malattia mentale. L’equivoco sta soprattutto nel fatto di non tener
conto delle incredibili trasformazioni subite nel settore della creatività che
qui ci interessa.
Se, infatti, durante la prima parte del secolo scorso, si
poteva facilmente raffrontare l’arte di un grande pittore (come Paul Klee)
con quelIa di un “ grande “ schizofrenico (come Adolf Wolfli) perché, almeno
dal punto di vista “ tecnico ”, si trattava pur sempre di una pittura
figurativa, oggi il problema è molto più complesso: e improbabile, infatti,
che un malato mentale sia portato a creare opere simili a quelle appartenenti
alle più recenti correnti artistiche—dalla pop art alla land art, dal
concettualismo al minimalismo, e via dicendo — perché le stesse non avrebbero
nessun effetto di “ liberazione “, di sfogo, per la sua forma morbosa; mentre
d’altro canto molti artisti— certamente daconsiderare psicologicamente
anomali (come, per fare solo nomi notissimi:
Orlan o Stelarc) — non sono considerati “ pazzi “ e
risultano a pieno titolo inclusi nelle trattazioni rivolte all’arte contemporanea.
Lo stesso fenomeno dell’Art brut (di cui il pittore Dubuffet fu propugnatore,
nonchè ideatore del museo di Losanna, dedicato appunto a schizofrenici e naïf)
oggi non desta più nessuno scandalo.
Ma, per contro, se visitiamo qualcuna delle tante mostre
allestite recentemente da ospedali psichiatrici (e ricordiamo esempi famosi
come il malato “ Carlo “ di Verona o il graffitista Nannetti dell ex manicomio
di Volterra), ci rendiamo conto che continua a esistere quale tipica “ forma
espressiva “ delmalato di mente, proprio un genere di disegno o pittura
figurativa dove è facile rinvenire quelle caratteristiche-- iterazioni,
stereotipie — che si rinvenivano già nelle produzioni dei vecchi schizofrenici
studiati a suo tempo, da Jaspers, da Bleuler, da Kriss ecc., come è molto ben
riassunto nel volume Arte e psichiatria (Mazzotta) a cura dello
psichiatra Giorgio Bedoni e della storica dell’arte Bianca Tosatti.
Nel libro—che anaiizza anche alcune stigmate
patologiche in artisti come Klee, Redon, Max Ernst; che riferisce ii Caso
dell’Art brut di Losanna (Teresa Maranzano) e gli studi psicologici di Theodor
Lipps (Martina Mazzotta); per giungere ai problemi dell’arte terapia
(Giovanni Foresti, Licia Corti) e a una vera e propria analisi critica da
parte dello psichiatra-psicanalista Fausto Petrella — viene anche fatto
cenno molto opportunamente ailavori di Margaret Naumburg, di solito
trascurati in Italia.
Ebbi, anni addietro, numerosi incontri a New York con
la psicanalista americana — allieva in gioventù di Freud—, una delle poche ad
aver raggiunto un punto di equilibrio nelle sue diagnosi e nella sua terapia
attraverso l’arte, come lo studio delle pitture spontanee, che venivano poi
analizzate dagli stessi pazienti una volta in via di guarigione. Anche una
superficiale elencazione — come quella dianzi accennata — dei contenuti di
questovolume ci offre subito uno specchio delle nozioni ormai ampiamente
divulgate in campo psichiatrico e didattico.
Rimane tuttavia ancora inevaso il quesito circa quanto
di psicopatologico esista in tanti casi di artisti delle recenti avanguardie
e quanto di prevalentemente narcisistico e autopubblicitario, anche nei casi
di più sicura “ buona fede “.
Se è un dato di fatto che il rapporto tra le due
manifestazioni —artistica e psicopatologica — è costante, o almeno molto
frequente, ritengo tuttavia che troppo spesso si tenda oggi ad accettareperbuono
quanto è soprattutto esibizionistico e patologico.
Il che non toglie, comunque, che molte di tail
operazioni — una volta sfrondate all’impatto dell’orrifico e del sadomasochistico
— risultino spesso di notevole interesse dal punto di vista estetico e
possano essere considerate quali forme di “ auto-arteterapia inconsapevole “ e
dunque eflicace per i loro autori, siano essi mistificatori oppure effettivi
malati di mente.
Tratto dal Corriere della Sera di Milano in terza pagina
–pg35- del sabato 21 Ottobre 2000.