La
casa dell’Apsu
Tutte queste narrazioni su Enki e Endu enfatizzano il
legame fra un luogo, specialmente l’Apsu, la creazione e la
fertilità. Eridu è al tempo stesso primordiale e immanente, il primo luogo
abitabile al mondo, dove furono inventati il mattone e la città. Il fine
principale della “prima casa”, come enfatizza il racconto della creazione
babilonese, è la devozione al dio.
La raccolta sumera degli inni dei templi inizia con
l’inno del tempio di Enki, Eunir, ad Eridu. Questi inni ci sono giunti su
tavolette che risalgono al Periodo paleobabilonese (ca. 1800), ma basandosi sui
colofoni presenti la loro stesura onginaria risale a molto tempo prima, ad
opera di una sacerdotessa del dio della luna, chiamata Enheduanna, che visse
nel ventitreesimo secolo. Gli inni dei templi rievocano con ricche metafore i
principali luoghi di culto in Mesopotamia, ponendo in luce particolari aspetti
dei santuari.
E-unir, che è cresciuto alto, (congiungendo)
Cielo e Terra, fondazione di Cielo e Terra, Sancta Sanctorum Eridu Abzu,
santuario, eretto per il suo principe. Casa, sacro monte, dove si mangia cibo
puro innaffiato dal puro Canale del principe, montagna, luogo puro, sfregato
col sapone.
[…]
Il tuo grande... muro è ben tenuto nel tuo... il luogo dove dimora il dio, il
grande... il... bel luogo, la luce non vi entra, la tua casa ben solida e
pulita, senza eguali, il tuo principe, il grande principe, una sacra corona
egli ha posto per te sul tuo...
0 Eridu con una
corona sul capo! Crescendo... puro
tempio Abzu, il tuo luogo è
grande nel tuo luogo dove invocano Utu
dove il forno dà pane [buono]
da mangiare
sulla tua Ziggurat,
santuario elevato, che s’innalza verso il cielo, dove il forno rivaleggia con
il Sancta Sanctorum (o Sala dci banchetti) il tuo principe è principe di Cielo
e Terra [la cui] parola non è stata mai cambiata, ...il creatore,
colui che è saggio, ii signore Nudimmud ha [E-engura] posto la sua casa su di
te, ha preso posto sul tuo piedistallo.
Le immagini presenti nel testo
non sono esclusive del tempio di Eridu. Come da costume i templi sono
paragonati alle montagne e si dice che uniscano Cielo e Terra. Il termine
“principe” è un gioco di parole che fa riferimento al segno NUN,
rappresentante un giunco, utilizzato nella scrittura del toponimo Eridu (NUN)
e la parola nun, titolo qui reso come “principe”. Il sacrario
interno vero e proprio, “sancta sanctorum”. è la stanza dove l’immagine del dio
era conservata nell’oscurità. Altre importanti caratteristiche del tempio di
Eridu sono ovviamente l’Apsu, termine qui usato anche per fare
riferimento al “dolce canale”, e lo stesso santuario. La ziggurat menzionata
potrebbe essere quella che fecero costruire i regnanti della Prima Dinastia,
della quale non resta testimonianza archeologica, o potrebbe risalire al
periodo di Ur III, ed essere l’aggiunta posteriore di uno scriba. Il
testo loda anche il cibo preparato nel santuario, un altro costume che ha una
lunga tradizione: basti pensare al resti di cibo cucinato... ritrovati nei
templi di periodo Obeid. Per concludere l’inno rivela l’identità del dio:
Enki, “il creatore, colui che è saggio” che elesse questo luogo a propria
dimora e prese posto sul trono.
Fuad Safar, durante gli
scavi delle rovine di Eridu, aveva sperato che “essendo il più antico e
importante santuario dedicato a Ea/Enki, come la Sede di un importante
oracolo, dovremmo aspettarci il ritrovamento di una biblioteca sumera del
tempio, o per lo meno raccolte di tavolette, legate a!l’esistenza di una
scuola di teologia”. Una tale biblioteca non fu mai scoperta; a parte pochi
mattoni iscritti, non furono trovate altre testimonianze scritte. Eridu non fu
mai una “scuola di teologia” in quel periodo storico, poiché non fu mai un
centro politico e neanche una vera città a sé stante. Sin dal periodo Uruk
(dalla metà del quarto millennio) fu strettamente legata ad Ur. Alcune città
esistevano come centri gemelli, una di loro costituiva il centro simbolico e
religioso, l’altra era sede dei quartieri amministrativi e residenziali. La
rinnovata fortuna del santuario dopo il periodo di Gemdet-Nasr potrebbe
collegarsi all’ascesa di Ur nel periodo protodinastico; il più ambizioso
progetto architettonico, la costruzione della ziggurat, fu intrapreso dal re
Amar-Sin, della Terza Dinastia di Ur.
In tempi prosperi il
santuano era un’importante meta di pellegrinaggi. Presumibilmente le spese
relative alla conduzione del tempio erano coperte dalle entrate derivanti
dalle offerte votive e da altre fonti simili. Il mantenimento delle costruzioni
era però molto costoso, per questo Eridu doveva contare sul supporto reale,
cioè dello Stato. Abbiamo visto come questa dipendenza da finanziamenti
ufficiali, provenienti dalle casse centrali dello Stato, fosse possibile solo
nella misura in cui il governo si trovava in possesso dei necessari mezzi
economici e lo giudicasse ideologicamente vantaggioso. Durante l’impero della
Terza Dinastia di Ur la rivitalizzazione degli antichi centri di culto divenne
una priorità, per favorire la legittimazione della reggenza di Ur, tale grazie
ai suoi stretti legami con i grandi dèi di Sumer. Il sacrario di Eridu non solo
era del luogo, ma anche uno dei più antichi e prestigiosi. L’ alto costo della
ziggurat di Enki fu giustificato come un mezzo per ristabilire il buon
funzionamento del tempio, a beneficio dell’intero paese, per bontà del re di
Ur. A Ur vi era un importante centro di scribi, la maggior parte dei testi
riguardanti Enki erano conservati e forse composti lì. Un centro intellettuale
lontano da Ur e dalla censura del funzionari di corte non sarebbe stato
coerente con lo stretto controllo ideologico esercitato dal governo centrale.
Gli sforzi fatti per investire nel valore simbolico di Eridu contribuirono
certamente a mantenere viva la memoria dell’antichità del tempio e del suo
legame con il dio Enki. Anche quando la divinità babilonese Marduk, in termini
di genealogia divina il figlio di Enki/Ea, assunse gran parte delle funzioni e
dei poteri del vecchio dio, Ea rimase un “grande dio”, principalmente un
maestro di magia.
Attraverso i secoli la tradizione mesopotamica
identiflcò Eridu come la più antica delle città, un luogo sacro,il luogo della
creazione. La concezione mesopotamica della città ha poco a che fare con la
sua grandezza, la densità della popolazione o lo status politico. Se non si
considerano i due re leggendari menzionati nella lista dei re sumeri, non ci
furono re a Eridu; non fu un centro di potere politico in nessun periodo
storiico, né fu importante da un punto di vista economico o strategico.
L’importanza di Eridu fu puramente simbolica; costituiva il legame che la
Mesopotamia conservava con l’origine del mondo, prova della stupefacente
longevità della sua civiltà. Era anche un luogo profondamente sacro. A Eridu
gli elementi del paesaggio, specialmente la grande massa di acqua dolce, una
sorta di laguna ai confini del deserto, erano considerati manifestazioni della
divinità. Una volta individuata la speciale natura del luogo e una volta che vi
fu costruito ripetutamente, con un impegno costante durato circa mille anni,
questo accumulò abbastanza credibilità da essere considerato un luogo molto
importante nonostante le piccole dimensioni e nonostante i lunghi periodi di
decadenza fisica e di abbandono. Eridu divenne parte del paesaggio culturale: a
volte solo un concetto, a volte magnificamente ricostruita.
Proprio come l’Apsu, il più potente simbolo della sua
sacralità, era presente in ogni tempio sul territorio, analogamente al sempre
presente, anche se nascosto sottoterra, livello delle acque, Eridu era sempre
presente e immortale, anche quando le sue rovine furono ricoperte dalla sabbia.
Eridu e la cultura mesopotamica hanno le stesse origini, con le loro creature
simili a pesci emergenti dal fango pnimordiale. Esse segnano l’inizio di un
processo che si prolunga fino ai giomi nostri.
Uruk
Warka
e la “Madre delle città”
Nel 1865 i membri della
Royal Asiatic Society furono informati del ritrovamento di un sito, di
dimensioni enormi e dove i resti raggiungeva un’altezza impressionante, nella
remota e desertica Mesopotamia meridionale. Henry Rawlinson, noto per la sua
abilità nel decifrare la scrittura cuneiforme, affermò che questo luogo, che
gli arabi chiamavano Warka, non era altro che la biblica Erech, menzionata in
Genesi 10 come una delle quattro città nella “terra di Shinar”, fondata da
Nimrud figlio di Cush. Sebbene Rawlinson ammettesse di non essere in grado di
decifrarne con precisione il nome, scritto in caratteri cuneiformi, notò che il
luogo era definito “la città” per eccellenza. Era anche convinto della grande
antichità di Warka e la considerava la città-madre, da cui erano scaturite
tulle le altre.
Oggi, quasi centocinquant’anni dopo, sappiamo che
a Warka sorgeva davvero una città, che i Sumeri chiamavano Uruk, nome
sopravvissuto per cinquemila anni; la questione se questa possa essere o meno
considerata la “madre delle città”, modello per un successivo sviluppo urbano,
continua ad essere oggetto di un acceso dibattito da parte di archeologi, storici
e antropologi. Tutto ebbe inizio nd 1849. William Loftus, membro della
commissione per i confini territoriali turco-persiani, spronato dallo
spettacolare ritrovamento di palazzi assiri ad opera di Austen Layard, avvenuta
alcuni anni prima, si recò ad esplorare la pianura del sud della Mesopotamia.
Nel suo Travel and Researches in Chaldea and the Susiana (1857),
riferisce del suo primo impatto con Warka: “Tre imponenti tumuli dominavano il
paesaggio davanti ai nostri occhi, ergendosi su una distesa di numerosi tumuli
minori, rivelandoci immediatamente l’ importanza delle rovine cui, primi
visitatori europei. rapidamente ci avvicinavamo”. Il sito raggiungeva
un’estensione enorme; le mura di cinta, ancora visibili, avevano una
circonferenza di circa 10 chilometri. Sebbene Loftus considerasse questo uno
dei luoghi più desolati mai visti, era pure convinto che: “ad ogni passo fatto
all’interno delle sue mura, sempre più Warka appariva come un luogo ben più
importante di quanto all’inizio si potesse supporre e che i suoi vasti tumuli,
ricchi di oggetti di grande interesse, meritavano di essere oggetto di scavi il
più esaustivi possibile”. Questa convinzione fu a tempo debito avvalorata
dall’identificazione di Warka con Erech ad opera di Rawlinson. Fra il 1850 e il
1854 Loftus intraprese una serie modesta di scavi, occupandosi dei tell
principali. Nonostante la delusione per il mancato ritrovamento di
bassorilievi e sculture monumentali, come era invece avvenuto presso i siti
assiri, rimase colpito dalla vastità dei resti architettonici: mura di enorme
spessore, che si ergevano per circa due metri di altezza (“la loro stessa
bruttezza è garanzia dell’originalità dello stile”). Furono anche ritrovate
delle tavolette cuneiformi e una gran quantità di sarcofagi in argilla, alcuni
dei quali vennero, fra molte difficoltà, imbarcati alla volta di Londra, dove
andarono a costituire la parte più importante della collezione babilonese del
British Museum. Purtroppo le mura in mattoni e i sarcofagi d’argilla non furono
considerati un incentivo abbastanza stimolante per i finanziatori di epoca
vittoriana. Perché a Warka potessero intraprendersi degli scavi sistematici
dovevano passare altri cinquant’anni.
Fra ii 1912 e ii 1914, non molto prima dello
scoppio della prima guerra mondiale, gli scavi furono ripresi da una squadra di
ricercatoni di Berlino. Per quell’epoca l’archeologia si era guadagnata la
qualifica di scienza, si serviva di metodi scientifici e non era più una sorta
di caccia al tesoro alla ricerca di antichità. L’archeologia tedesca, guidata
da Robert Koldewey, che aveva lavorato a Babilonia, prestava particolare
attenzione all’architettura e la maggior parte dci direttori degli scavi a
Warka erano degli esperti architetti. I metodi per rintracciare la disposizione
delle mura in mattoni, di cui spesso non rimanevano che labili tracce, furono
perfezionati e vennero disegnate piante e prospetti minuziosi e dettagliati,
che vennero acclusi ai meticolosi resoconti annuali su Uruk-Warka.
Gli scavi ripresero dal 1928 al 1939 (quando la
guerra li interruppe di nuovo) e ancora dal 1953 al 1990. Sebbene l’epigrafia,
lo studio dei testi, fosse diventato un altro punto focale della ricerca, dopo
la scoperta di antiche tavolette avvenuta negli anni Trenta, a Warka gli
archeologi continuarono ad occuparsi principalmente dell’architettura.
Considerata l’antichità, la grandiosità e l’abbondanza degli edifici
monumentali in Mesopotamia, furono senza dubbio di gran beneficio l’entusiasmo
e la capacità tecniche degli scavatoni tedeschi: gli archeologi contemporanei
deplorano però il fatto che questa predilezione per le opere architettoniche
abbia portato a trascurare le registrazioni stratigrafiche. Tale atteggiamento,
riassunto dall’espressione “le ceramiche sono spazzatura”, ha fatto sì che
numerosi frammnenti di ceramica, che sarebbero stati fondamentali nel determinare
le sequenze abitative, fossero accantonati come materiale di scarto; inoltre i
luoghi dei ritrovamenti furono indicati con molta approssirnazione nei
resoconti esistenti.
Pag 36,37,38,3940,41 di CITTA’ PERDUTE DELLA MESOPOTAMIA AUTORE Gwendolyn Leick :Newton Compton
editori.