ELZEVIRO Sull’animale credente

Il comportamento tra ragione e istinto

di SERGIO MORAVIA

 

 

 

 

Da sempre l’essere umano è stato concepito nei mo­di più diversi: co­me creatore onni­potente e come creatura segnata dalla de­bolezza, come animale relazionale-simbolico e come soggetto sostanzial­mente autosufficiente (le “ robinsonate “ derise da Marx), come ente inva­riante e come abitatore del tempo che tutto tra­sforrna. In ognuna di que­ste definizioni c’è qualco­sa di giusto. Forse l’unico errore è consistito, e con­siste, nell’assolutizzarne qualcuna a spese delle al­tre. E’ un errore che neppure la Modernità piü adulta ha saputo evitare. Una parte del suo pensie­ro ha indicato, quale ci­fra costitutiva dell’uomo, il raziocinio, il suo pensa­re/agire secondo indici di yerità accertate. Ma è proprio così? E’ proprio certo che l’uomo possa essere secondo i soli prin­cipi del Logos? 0 non sa­rà più realistico ammette­re che in lui operano an­che altre componenti: il sentire, il volere, il crede­re? E se ciò è vero, non sarà il caso di esaminare con più attenzione che in passato queste ulteriori funzioni?

Proprio ii credere — la credenza — è una di­mensione dell’uomo che sembra sollecitare parti­colarmente l’interesse di molti scienziati e filosofi d’oggi. L’uomo, ha scrit­to la grande antropologa Mary Douglas, è anzitut­to un ente che crede. E’ cioè un ente che vive e agisce anche secondo (pre-)giudizi non neces­sariamente veri, e pur tut­tavia in grado di dargli orientamenti indispensa­bili al proprio esistere. Un essere senza creden­ze ci apparirebbe ancora più fragile e precario di quanto già non ci sentia­mo di essere.

Non basta. La creden­za è pure uno del veicoli che ci consente non solo di uscire incontro al mon­do, ma anche di andare incontro agli altri uomi­ni. Sotto questo profilo, essa cost ituisce uno dei connettivi che permetto­no la prima scoperta ed elaborazione della socia­lità. Si crede insierne. Si crede condividendo certi interessi e valori. Privo di determinate credenze, l’essere umano nischia, a parte ii resto, l’isolamen­to. Proprio nell’incapaci­tà di tante ideologie con­temporanee di suscitare adeguate credenze (ossia adeguate adesioni, spe­ranze, progetti comuni) vari studiosi scorgono una delle cause dell’odierno scollamento tra il pubblico e il priva­to: tra i principi dello Sta­to — o del Politico — e i principi del soggetto, sempre più individualiz­zato e solo.

Come si vede, la cre­denza. ben lungi dal ri­guardare solo questioni di fede, si riferisce anche alla vita intramondana dell’uomo. Non sorpren­derà, allora, se essa inte­ressi sempre psicologi e sociologi, antropologi ed etologi. Ho qui sul tavolo l’ultimo libro di Danilo Mainardi, uno del più au­torevoli studiosi italiani di etologia animale e umana. Si intitola L’ani­male irrazionale (Monda­dori, 166 pagine, 30.000 lire), ma l’autore avreb­be potuto anche chiamar­lo L’animale credente, o qualcosa del genere.

Una delle sue tesi prin­cipali è che nell’uomo operano due sistemi d’azione, uno solo dei quali è propriamente ra­zionale. L’altro è generato piuttosto da istinti e, appunto, credenze. Più che essere antitetico al primo, esso in qualche modo lo allarga e lo inte­gra. Serve a stabilire rap­porti con un’ampia fascia di esperienze che per un verso non possiamo igno­rare, ma che per un altro sembra impermeabile ai principi della ragione. Da un certo punto di vi­sta è attraverso tale siste­ma che si realizza, in par­te, il nostro indispensabi­le adattamento a una re­altà per tanti versi stranie­ra. Per convivere con eventi enigmatici e, ancor più ,con certi nostri bi­sogni e angosce (quanto si voglia

 

 

 

irrazionali, ep­pur terribilmente reali) ci occorrono determina­te credenze, illusioni, par­ticolari concezioni di noi stessi e degli atri. E’ solo su tali basi che realizzia­mo determinati stili corn­portamentali, senza i qua­il non niusciremmo pro­babilmente a sopravvive­re.

Se all’etologo lo stu­dio degli animali appare prezioso, è anche perchè pure loro elaborano con­dotte spesso estrema­mente sofisticate — far credere di essere morti, inviare falsi segnali, orga­nizzare complessi rituali nella stagione degli ac­coppiamenti (e “ creder­ci “) — alle quali affidano le loro strategie reattive dinanzi ai pericoli e alla morte. Analizzare deter­minati comportamenti umani e animali (così di­versi ma, in vari casi, così simili tra loro) può servi­re a capire quanto rilievo abbiano le componenti artificiali e, e come le chiama Mainardi, “ irra­zionali “ nella tutela e nel­la promozione della vita.

 

 

Tratto dal Corriere della Sera di Milano in terza pagina- pg 35- di giovedì 26 Aprile 2001