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E’ stata una scelta
approvata da tutti, o quasi. Quando Carolina Morace è stata chiamata
a guidare la nazionale di calcio femminile, agli addetti ai lavori,
ma non solo a loro, è sembrata la decisione più giusta, quella più
naturale. Affidarsi ad un campione, perdipiù carismatico come lei –
è stato pensato – potrebbe addirittura facilitare le cose. Ora, a
distanza di pochi mesi, è già cambiato molto, sicuramente più
dell’immaginabile. La mentalità prima di tutto, poi il modulo di
gioco e l’organizzazione. E non siamo che
all’inizio. “La mia Nazionale –
inizia Carolina Morace – giocherà con un modulo tattico
completamente diverso da quello visto fino ad oggi. Anziché con la
zona mista dietro e per il resto una rigida marcatura ad uomo – un
modulo che le squadre più evolute hanno da tempo accantonato –
preferisco adottare il 4-4-2 che si adatta meglio al gioco moderno
ed alla mia mentalità. Non sarà, però, uno schema fisso, da
interpretare con il paraocchi dall’inizio alla fine delle partite.
Sarà, piuttosto, uno schema di base suscettibile di variazioni in
corso d’opera, a seconda degli avversari e delle varie esigenze. In
altre parole, il calcio di oggi si è molto evoluto e fra le tante
caratteristiche che un allenatore deve possedere c’è anche quella di
saper leggere bene la gara, e in tempo reale”. E’ stata una grande giocatrice, una realizzatrice
eccezionale, il che l’ha resa assai popolare. Ma la Morace non vuol
vivere di rendita, non le è mai neppure passato per la testa, questa
esperienza l’appassiona anche perché la costringe praticamente a
ripartire. “Non è detto che un buon calciatore possa trasformarsi
automaticamente in un buon tecnico o viceversa. Al riguardo esistono
molti esempi che confermano questa regola, ma ne esistono ancora di
più che la smentiscono. E’ evidente, però, che per quanto mi
riguarda cercherò di mettere a frutto tutto quello che ho fatto ed
imparato negli anni della mia lunga carriera. Ho le mie idee su come
vorrei che giocasse la squadra e farò di tutto per
attuarle”. Dal campo alla
panchina: Carolina Morace conferma di avere anche in questo suo
nuovo ruolo le idee chiare. “Io credo molto nel gruppo, nel senso
che in una nazionale, dove il contatto con la squadra è ovviamente
più saltuario di quanto non sarebbe in un club, le dinamiche del
gruppo sono più importanti, addirittura fondamentali. Ecco perché
fra i miei punti di partenza ci sono l’amalgama e la coesione. Per
far questo ci avvarremo per la prima volta anche di una psicologa
dello sport. Il calcio è uno sport che deve crescere ancora
moltissimo da questo punti di vista. E quindi non vedo perché non
dovremmo provarci utilizzando peraltro degli specialisti che sono a
nostra disposizione”. Carolina ha
comunque molta fiducia in una squadra che dispone complessivamente
di un buon potenziale. “Secondo me la nazionale italiana è sempre
stata fra le migliori in assoluto. Solo che in questi tempi era
scemato un po’ quell’entusiasmo che una volta riusciva a creare
attorno a sé. Ecco un’altra strada sulla quale dobbiamo lavorare.
Bisogna tornare a coinvolgere di più la gente, i mezzi di
informazione. Ritengo, infatti, che il compito del direttore tecnico
sia anche quello di guardare in prospettiva, in questa direzione. E
di avvalersi di uno staff di collaboratori professionali, come ad
esempio il preparatore tecnico, che possano dargli una mano nei vari
settori. Cosicché io avrò anche modo e tempo di pensare a come
risollevare l’intero movimento. Ristabilendo, ad esempio, un
contatto sempre più stretto anche con i vari allenatori di
club”. Ma quest’Italia dove potrà
arrivare? “Mi auguro lontano e in tempi abbastanza brevi. Credo che
possiamo farcela, basta volerlo con la massima
determinazione”.
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