Eridu nei vari peniodi storici

 

 

 

Alla fine del periodo Obeid vi sono segni di declino. I frammenti di ce­ramica sono di qualità peggiore, l’ultimo tempio permane per lungo tem­po in uno stato di abbandono. Gli archeologi suggeriscono che all’inizio del “ periodo Uruk ”, il livello archeologico del primo terzo del quarto mil­lennio successivo al periodo Obeid, Eridu cessa di essere un villaggio abitato da una comunità agricola; solo il tell centrale, con la sua venerabi­le stratificazione di rovine, è ancora un luogo attivo. D’altra parte gli edi­fici pubblici furono ricostruiti più maestosi di prima, secondo lo stile mo­numentale caratteristico della “ cultura di Uruk ”. L’intero tell era occu­pato da “edifici di carattere religioso e alloggi di sacerdoti”. Una volta ancora le rovine precedenti venivano sepolte sotto un’ampia piattaforma, stavolta con una terrazza in pietra calcarea.

Le pietre calcaree e le arenarie erano naturalmente presenti ad Eridu: questa è una delle poche città della Mesopotamia mendionale in cui le mura sono costruite in gesso. Il tempio principale era in pietra calcarea, le mura erano ornate di mosaici di coni d’argilla, ricoperti da una sottile lamina di rame. Altri edifici dello stesso periodo (alcuni presentano tracce di pitture murarie) furono colmati di sabbia durante ii periodo Uruk. Frammisti alla sabbia sono stati trovati strati di ceramiche votive: poteva trattarsi di un metodo per preservare e al tempo stesso porre fine all’uso di un edificio. Delle mura circondavano l’intero tell, ma è probabile che fossero state costruite in epoca più tarda, durante il periodo Jemdet-Nasr, intorno al 3000. Il sigillo di Eridu appare fra i documenti ritrovati a Uruk e a Ur, come una delle antiche città del territorio.

Per centinaia di anni Eridu continò a esistere come centro cerimoniale (o religioso) del Sud, la cui fama venne progressivamente offuscata dalla vi­cina Ur, in fase di rapida espansione. Poi, quasi nel giro di una notte, la città fu abbandonata e venne rapidamente seppellita da enormi cumuli di sabbia; soltanto il tell principale restò in piedi. Il tempio venne ncostruito due volte in epoca preletteraria, ergendosi come un’isola sul deserto circo­stante, reso inabitabile dall’accumularsi della sabbia.

Quando, con il pas­sare dei secoli, queste zone vennero nuovamente occupate, la popolazione s’insediò in una località più a nord, a circa un chilometro di distanza, e pochi furono i tentativi di ricostruire ii tempio situato sul tell principale.

Il sito riacquistò importanza durante ii periodo protodinastico II (ca. 2500). Un re o un governatore locale della Prima Dinastia di Ur fece co­struire un imponente palazzo, costituito da due identici edifici affiancati. Perché gli edifici fossero due rimane un mistero; erano costruiti con dei mattoni rettangolari dalla sommità convessa, tipici del periodo. Gli ar­cheologi pensarono che chiunque risiedeva nel palazzo frequentasse an­che il santuario situato sul tell principale: di questo però non permangono tracce, a causa del livellamento del sito avvenuto all’incirca cinquecento anni più tardi, periodo in cui i re della Terza Dinastia di Ur (Ur III) rivol­sero la loro attenzione verso il vecchio santuario di Eridu. Principale arte­fice di questo progetto fu il re Amar-Sin (ca. 2046-2038). Il padre aveva fatto costruire un tempio colossale ad Ur, con una massiccia ziggurat, e il figlio ne seguì l’esempio. Alcuni mattoni recano iscritto che Amar-Sin “ re dei quattro quarti “ costruì “ per Enki, ii suo amato re, ii suo amato Apsu “. Non esiste prova che oltre alla ziggurat fossero stati eretti altri edifici. Sebbene i re di Ur non lesinassero risorse e manodopera da dedi­care a questo progetto, all’epoca a Eridu non sembra che vi fosse un inse­diamento, per non parlare di una città. Rimaneva il santuario, reso più im­ponente dalla costruzione della torre del tempio, ma era un luogo simboli­co nell’impero di Ur, un antico luogo religioso cui era stata infusa nuova vita grazie all’interessamento dei sovrani. Il re di Ur investì della carica sacerdoti e sacerdotesse speciali; da alcuni inni reali possiamo supporre che la cerimonia dell’incoronazione dei re di Ur III avvenisse ad Eridu. Questa era anche meta dei sacri viaggi degli dèi, spettacolo che costituiva una popolare forma rituale: le statue delle varie divinità erano trasportate in barca da un tempio a un altro, su e giù per ii paese.

Nei secoli seguenti i regnanti delle dinastie di Isin (2000-1800) si occu­parono della manutenzione della massiccia costruzione in mattoni. Co­minciarono anche un’alacre ricerca del tesoro sepolto nel tempio e molti dei loro tunnel e delle loro perforazioni vennero alla luce durante gli scavi. In seguito il sacrario di Enki cadde in rovina a poco a poco e venne ad es­sere trascurato e dimenticato; il culto del suo dio più importante però non cessò, ma fu trasferito presso altre città. Durante l’epoca di Hammurabi (ca. 1792-1750) tutti gli addetti al tempio vennero trasferiti a Ur, il culto continuò lì, in una cappella che faceva parte di un complesso dedicato al dio della luna. Fu soltanto a metà del primo millennio che le rovine ab­bandonate ricevettero ancora una volta le attenzioni reali. Il re Nabucodo­nosor II (605-562) fece eseguire qualche opera di restauro, come testimo­niano le iscrizioni su qualche mattone e alcuni documenti amministrativi, poi il tempio cadde in rovina definitivamente. Nonostante ciò ogni tempio in Mesopotamia conteneva una rappresentazione dell’Apsu in miniatura: una piccola pozza, o anche solo un recipiente levigato colmo d’acqua. In questo modo ii “numen” di Eridu poteva essere simbolicamente rappre­sentato in ogni luogo. Forse le fontane e gli specchi d’acqua che ingentili­vano i cortili delle abitazioni in Medio Onente molti secoli dopo altro non erano che il ricordo dell’antica laguna nel sud della Mesopotamia.

 

 

 

 

Eridu racconta...

 

Del fango primordiale, della vita sessuale di Enki,

del bere e del Sette Saggi

 

Chi erano gli dèi di Eridu? Dai testi dell’epoca ci sono giunti i nomi di Enki (Ea per i Babilonesi), delle dee Nammu e Damgalnunna, delle coppie divine di Lahmu e Lahamu e di Tiamat e Apsu; i nomi di coloro che li precedevano nel quinto e quarto millennio ci sono oscuri. Il concetto più importante associato ad Enki è l’Apsu (abzu in sumero). Era concepito sia come un fenomeno naturale in termini astratti, sia come un’entità per­sonificata. Da un lato Apsu rappresenta le proprietà fertilizzanti delle ac­que e il potenziale creativo del fango, dall’altro Apsu è un personaggio dei racconti mitologici. Nella cosiddetta cosmogonia di Endu, la materia primordiale è data dal mescolarsi delle acque dolci e salate, personificate rispettivamente in Apsu e Tiamat. Questa credenza rispecchia le condi­zioni naturali dell’area paludosa, dove confluivano acqua dolce e salma­stra. Apsu era concepito come entità maschile, Tiamat femminile; loro progenie è Mummu, una sorta di matrice femminile che dà alla luce Cie­lo e Terra: sarà quest’ultima coppia poi a generare i grandi dèi. Anche nei successivi racconti di creazione Apsu e Tiamat rappresentano l’informe caos originario che deve attraversare una serie progressiva di differenzia­zioni. Gli elementi originari sono potenti e pericolosi. imprevedibili.

Fra queste forze della natura e i successivi stadi di sviluppo c’è una ten­sione che è spesso vista come conflitto generazionale. Nel poema babilo­nese della creazione Enurna elis’, Apsu,” generatore di dèi”, è inerte e son­nolento, ma la sua quiete è disturbata dal chiasso degli dèi piü giovani co­sicché egli decide di distruggerli. Ea (Enki in sumero), suo nipote, è scel­to a rappresentare i giovani dèi e getta un incantesimo su Apsu, gettando­lo in un sonno profondo. La magia ha lo scopo di rinchiudere Apsu nel mondo sotterraneo; da questo momento in poi Apsu diviene anche un semplice luogo e si dice che il dio Ea avesse eletto a propria dimora “le profondità dell’Apsu”. Da questo momento Ea assumerà le carattenstiche e le funzioni di Apsu, avvantaggiato dalle proprie superiori facoltà menta­li. La controparte femminile di Apsu, Tiamat, non viene così facilmente soggiogata e scatena orde di esseri mostruosi, che divorano la nuova ge­nerazione di dèi. Solo Marduk, figlio di Ea, campione dci giovani dèi. po­trà sconfiggerla, con l’aiuto dei quattro venti e di una rete magica. Egli creerà il mondo conosciuto dal corpo di lei, aperto in due come un’ostri­ca, e l’Eufrate e il Tigri scorreranno dalle sue orbite.

E’ degno di nota che secondo un’altra, più antica tradizione, la matena creatrice originaria era femminile e personificata nella dea sumera nota come Nammu. Nelle genealogie divine e in alcuni miti è la madre di Enki e la dea madre che ha “generato i grandi dèi”. Nammu e le acque primeve sono autogeneranti, creano la vita da sole, senza un partner maschile. Si pensa spesso che le divinità femminili siano più antiche di quelle maschili, in Mesopotamia e nel culto di Nammu; sarebbe meglio dire che il culto di un principio femminile come forza creativa delle acque, con legami ugual­mente forti con il mondo sotterraneo, preesisteva a quello di Ea-Enki. Anche con Enki, con un interessante cambiamento di genere nel simboli­smo, l’agente fecondatore è sempre l’acqua, a in sumero, che significa an­che “sem”. Vi è un passaggio evocativo in un inno sumero in cui Enki sta presso dci fiumi asciutti e li riempie con la sua “acqua”. In altre narrazio­ni (che seguono) egli feconda e irriga a! tempo stesso.

Abzu significa anche sacrario (ès’) di Eridu, la “sacra montagna”. mani­festazione architettonica dalla sacra forma e del sacro luogo nella città. L’acqua era la sostanza sacra per eccellenza, non in ultimo per la sua grande importanza per l’economia di un clima desertico. L’acqua era es­senziale nella magia, per purificare e fare incantesimi e nella divinazione. Le idee associate all’Apsu dimostrano come una particolare locazione geofisica possa ispirare concezioni religiose e metafisiche.

 

Pag 28,29,30 di CITTA’ PERDUTE DELLA MESOPOTAMIA  AUTORE Gwendolyn Leick :Newton Compton editori.