Salute e ambiente
Preparati al bioterrorismo?
Mentre
all'orizzonte si profilano scenari di guerra inquietanti,
nell'opinione pubblica va sempre più diffondendosi la psicosi da
minaccia terroristica e in particolare la paura del cosiddetto
attacco chimico-batteriologico. Le domande sono molte: attaccheranno
con armi chimiche e biologiche? Come? Con quali effetti? E
soprattutto quale risposta siamo pronti a dare a un attacco di
questa portata? Domande che in tempi non sospetti, nel maggio
scorso, si è fatto anche un editoriale dell'American Journal of
Public Health, con risposte per la verità non del tutto
rassicuranti.
Verso nuove
minacce Negli ultimi dieci anni episodi come lo
scoppio di una bomba in uffici federali in Oklahoma , il primo
attacco al World Trade Center di New York, la distruzione di
ambasciate americane in Africa e l'attacco a navi da guerra
americane nello Yemen, hanno acuito il generale senso di
vulnerabilità rispetto agli attacchi terroristici. “Stati canaglia”,
arsenali di armi, reti terroristiche globali e non meglio definite
risorse a disposizione di individui squilibrati e fanatici hanno
fatto così capolino nei titoli dei giornali, nelle dichiarazioni
ufficiali. Una situazione che è inevitabilmente “tracollata” col
recente attacco alle torri gemelle e che ha riproposto in modo più
inquietante che mai il dubbio su l'eventuale impreparazione ad
attacchi di massa, e tutto questo a fronte dei miliardi investiti
dall'amministrazione Clinton per la difesa dal terrorismo. Si tratta
di un argomento di interesse immediato e diretto per la salute
pubblica e di riflesso per i medici che della salute dovrebbero
essere i tutori, inevitabile così l'aspro dibattito che si è
sviluppato negli Stati Uniti sull'argomento.
Le questioni critiche Queste le domande
che la nota rivista americana si è posta la scorsa primavera: esiste
una reale minaccia di guerra chimico-biologica? Si può precisare la
scala dell'attacco e la grandezza degli effetti? Ci può essere una
risposta efficace e nel contempo anche sicura e poco costosa? Quali
le ricadute per i dipartimenti di salute pubblica e i medici? Il
pericolo di un attacco di questo tipo era nel maggio scorso,
decisamente sottostimato, molto basso poco sopra lo zero. Del resto
fino ad allora solo 3 erano stati gli incidenti documentati nei
precedenti 16 anni: un avvelenamento doloso da salmonella in Oregon
nel 1984 con centinaia di malati ma nessun episodio mortale, e due
attacchi con il sarin, meglio conosciuto come gas nervino, in
Giappone nel 1994 e nel 1995 con venti vittime in tutto. Ecco perché
mancano, per fortuna, riferimenti reali e ogni articolo che ventila
una scarsa preparazione difensiva evoca scenari allarmanti e
tragici, per ora solo ipotetici o basati su
simulazioni.
I dati a
disposizione L'anno scorso, le autorità sanitarie
americane hanno condotto un test (nome in codice Topoff) che
simulava la diffusione di un aerosol di batteri (Yersinia pestis)
della peste nera. In pochi giorni, c'erano 4 mila infettati e 2 mila
morti. Non si trovava più un posto letto, gli ospedali erano chiusi,
le medicine finite. L'esercitazione è stata ripetuta, con il nome
Inverno scuro, nel giugno scorso, questa volta in Oklahoma, e con il
vaiolo. Da 3 mila casi iniziali nell'area di contagio, l'infezione è
esplosa, nella simulazione, a centinaia di migliaia di vittime in
tutti gli Stati Uniti, nel giro di 12 giorni con un collasso del
sistema commerciale e scontri nelle strade. Ancora secondo
l'American Journal of Public Health su 200 ospedali, solo uno su
cinque aveva un piano anti bioterrorismo, meno della metà aveva
un'unità di decontaminazione con docce, meno di un terzo disponeva
di antidoti al gas nervino. I due terzi disponevano di dosi di
vaccino in grado di curare al massimo 50 casi di antrace. Solo il
12% aveva maschere antigas per i dottori. Un quadro non del tutto
rallegrante a cui si aggiunge il problema di scoprire in tempo il
contagio. Va aggiunto poi che in America la spinta alla
privatizzazione ha ridimensionato gli ospedali pubblici, mentre i
laboratori privati pagano solo i test che “vale la pena” pagare, con
tutto quello che ciò comporta. Ma quali sono le possibili
minacce?
La minaccia chimica e
biologica Lo spettro del bioterrorismo prende al
momento secondo l'opinione degli esperti quattro direttrici
fondamentali:
Antrace Si tratta di un
batterio che dà i sintomi dell'influenza, ma 24-48 ore dopo che i
sintomi si sono manifestati, l'80% degli infettati muore. Il periodo
di incubazione va dai 2 ai 43 giorni. Gli antibiotici devono essere
somministrati prima che appaiono i
sintomi.
Vaiolo È ufficialmente scomparso
alla fine degli anni '70, ma esistono campioni del virus in molti
laboratori e l'Urss ne avrebbe avuto interi depositi. 50 persone
infettate possono scatenare un'epidemia che ucciderebbe il 30% della
popolazione contagiata.
Peste 50 chili di
batteri sparsi sopra una città di 5 milioni di abitanti,
infetterebbero almeno 150 mila persone e ne ammazzerebbero 35 mila.
I sintomi si manifestano da uno a sei giorni dopo l'esposizione
all'infezione
Sarin È il gas nervino
sviluppato nei laboratori militari, già utilizzato, come detto, in
Giappone con 20 vittime e cinquemila contaminati.
Una
nota positiva però, se possibile, è stata pubblicata su Repubblica
del 24 settembre. Secondo Eric Croddy, del Monterey Institute of
International Studies si tratta di armi difficili da maneggiare, da
fabbricare, da usare. In sostanza la guerra chimica o batteriologica
può essere letale ma è meno facile da usare di quanto appaia a prima
vista. Sarà vero?
Marco Malagutti
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